#2 Video o non video
La scelta strategica che determina il successo di un podcast aziendale
Pod Pulse
“Se non è video, non esiste”.
Questa è la convinzione che oggi guida gran parte delle strategie di comunicazione. Social, advertising, branding: tutto ruota attorno alle immagini. Anche il mondo dei podcast si è aperto all’uso delle telecamere. Ma trasformare ogni progetto in un video podcast è davvero la scelta più efficace per un’azienda?
Vodcast vs podcast:
Dal report di febbraio 2026 di Triton emergono dati molto importanti. Il consumo puramente audio è quasi il doppio di quello puramente video. Cosa però più interessante è che l’80% del campione analizzato ibrida tutte e due le cose. Il video sembra amplificare il consumo di podcast, ma non è il formato dominante.
Il 33% degli ascoltatori settimanali usa Youtube come piattaforma primari, il che farebbe pensare ad un maggior utilizzo dei video. YouTube non è solo una piattaforma di fruizione: è un motore di ricerca, uno spazio di scoperta, un enorme bacino di contenuti. È il luogo in cui troviamo nuovi podcast, non necessariamente quello in cui li ascoltiamo davvero.
Secondo l’Oxford Road and Edison Research’s “What a Podcast?” circa 3 ascoltatori su quattro categorizzano i video su Youtube come podcast e circa 1 ascoltatore su 3 preferisce un podcast con la componente video.
Questi dati indicano come il video stia crescendo in questo ambito, ma anche la sua funzione, cioè costruire awareness per la propria azienda. L’audio invece mantiene la sua importanza, perché crea relazioni e continuità con l’ascoltatore.
Se vuoi saperne di più dai un’occhiata qui.
Quindi cosa scegliere, se devo scegliere?
La prima variabile non è creativa, è economica: il budget. Ed è qui che molte aziende sbagliano la prima valutazione strategica. Il costo tra un podcast audio e un podcast video è sostanzialmente diverso, con il podcast audio significativamente più sostenibile. Basti pensare al numero di persone coinvolte nel dover costruire un video. Video maker, editor video, scenografo, fonico di sala, etc. Nel podcast audio invece le persone coinvolte spesso e volentieri sono due, un fonico e un editor.
La seconda è il target, capire insomma a chi ci rivolgiamo. Sempre secondo il report di Triton gli “only watcher” sono maschi soprattutto nella fascia d’età più giovane, quindi 18-34, mentre gli “only listeners” sono donne della fascia d’età 34-50. Questo significa che la scelta tra audio e video non è mai neutra: parla direttamente al pubblico che vogliamo intercettare.
La piattaforma di lancio del podcast è da prendere in considerazione. Per quanto ormai quasi tutte le piattaforme di fruizione podcast hanno la possibilità anche di avere la fruizione video, logicamente ci sono piattaforme, come Youtube, che sono costruite per questo tipo di fruizione ed altre invece, come Spotify, in cui la fruizione audio è molto più comoda per l’esperienza dell’utente.
Come ultimo aspetto da prendere in considerazione ci sono gli obiettivi del podcast stesso. Come abbiamo visto dai dati precedenti l’obiettivo è quello di aumentare la brand awareness sicuramente scegliere un vodcast può essere la soluzione adatta, mentre se si vuole fidelizzare ancor di più una clientela già presente la fruizione audio è la via da scegliere.
Il video può amplificare un podcast. L’audio costruisce relazioni. E senza relazione, non esiste strategia di contenuto che regga.
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La qualità audio rovina la tua credibilità
Sai perché abbandoni certi podcast dopo trenta secondi?
Non è colpa del contenuto ma della qualità audio.
Due ricercatori dell’University of Southern California hanno preso le stesse identiche presentazioni scientifiche – stesso relatore, stesse parole, stesse slide – e le hanno fatte ascoltare a due gruppi diversi. L’unica differenza? La qualità audio. Un gruppo ha ascoltato la versione con audio nitido, l’altro con audio disturbato.
Chi ha ascoltato la versione con audio scadente ha giudicato il ricercatore meno intelligente, la ricerca meno importante e la presentazione complessivamente peggiore. Stesso contenuto. Stesso ricercatore. Percezione completamente diversa.
Ma aspetta, perché la faccenda diventa ancora più interessante. I ricercatori hanno ripetuto l’esperimento con interviste radio di NPR’s Science Friday – un programma rispettatissimo, con ospiti molto credibili. Pensavano: “Ok, se la fonte è autorevole, l’audio scadente non farà differenza”. Sbagliato. Anche in quel contesto, l’audio di bassa qualità ha affossato la credibilità del ricercatore.
Perché succede? Si chiama “disfluenza cognitiva”. Il nostro cervello è pigro e monitora costantemente quanto sforzo sta facendo per elaborare le informazioni. Quando qualcosa è difficile da processare – un font illeggibile, un accento incomprensibile o appunto un audio gracchiante – il cervello tende a fare un cortocircuito: attribuisce quella difficoltà al contenuto del messaggio, non alla forma.
In pratica, se il tuo podcast ha un audio di bassa qualità, il cervello di chi ascolta pensa: “Questo è difficile da seguire, quindi probabilmente non è così interessante-importante-vero”.
Pensa alle implicazioni per il tuo podcast. Puoi avere il miglior esperto del settore, i contenuti più innovativi e la strategia più brillante – ma se registri con il microfono del laptop in una stanza che riverbera, stai letteralmente sabotando la tua credibilità.
C’è anche una buona notizia in tutto questo?
Sì e si chiama trasparenza. Gli stessi ricercatori hanno scoperto che avvisare esplicitamente gli ascoltatori dei problemi tecnici riduce l’effetto negativo. Se la qualità audio è compromessa e lo fai notare subito, il cervello degli ascoltatori attribuisce correttamente la difficoltà alla tecnica, non al contenuto.
Ma perché rischiare? In un mondo dove il tuo brand compete per l’attenzione con migliaia di altri contenuti, vuoi davvero che la qualità audio mini la tua autorevolezza prima ancora di iniziare a parlare?
Il podcast non è solo “contenuto audio”. È uno strumento che costruisce o distrugge la percezione di competenza. E tutto inizia da quanto bene riesci a farti sentire.
Pod Insight
Manager della comunicazione con esperienza cross-settore (diagnostica, education, internazionalizzazione).
Guida strategie e progetti end-to-end: brand storytelling, contenuti editoriali, eventi e format audio, comunicazione interna ed employer branding.
Il podcast nella tua strategia di comunicazione: realtà o opportunità mancata? Raccontaci se e come utilizzi il podcast (interno, esterno, branded content) oppure, se non lo fai ancora, quale percezione hai di questo strumento rispetto ai canali tradizionali che presidi.
Per me è una realtà. E non è un vezzo creativo, è uno strumento strategico.
Uso il podcast su tre livelli:
Interno: per lavorare su cultura, valori, identità. Quando vuoi far sedimentare un messaggio – fiducia, collaborazione, purpose – la voce arriva dove le slide non arrivano. Abbiamo fatto un podcast “Mi fido di te” in collaborazione con la Scuola Holden sul valore della fiducia espresso in diversi ambiti.
Branded content: per raccontare il lato umano dell’azienda, le storie, i volti. Le persone si fidano delle persone. Dall’anno scorso abbiamo un magazine digitale che racconta delle persone dell’azienda e come strumento narrativo, per ogni linea editoriale, c’è sempre un podcast.
Thought leadership: in ambito scientifico o istituzionale, il podcast permette profondità. Qui ho fatto soprattutto dei vodcast di accompagnamento alla campagna diagnostica e prevenzione con i nostri kol.
Rispetto ai canali tradizionali?
Non li sostituisce. Li completa.
Il podcast è tempo di qualità.
LinkedIn è visibilità.
La DEM è conversione.
Il podcast è relazione.
Se non lo presidii, non è un dramma. Ma perdi uno spazio di intimità con il tuo pubblico che altri stanno già occupando.
Se dovessi lanciare un podcast aziendale domani, quale sarebbe il tuo primo obiettivo? Employer branding, thought leadership, formazione interna, customer engagement, altro? E perché proprio quello?
Employer branding. Senza esitazioni.
Perché oggi il talento sceglie aziende che sente “vere”.
E la voce è autenticità.
Un podcast ben fatto umanizza il management, racconta gli errori — non solo i successi — e rende visibile la cultura, non solo la strategia.
La thought leadership viene dopo. Prima serve identità.
Se non sei credibile dall’interno, fuori si percepisce.
E poi c’è un aspetto che spesso si sottovaluta: un podcast interno che funziona diventa automaticamente contenuto esterno riadattabile.
È un asset, non un progetto.
Cosa ti frena o cosa ti ha convinto? Se non hai ancora un podcast: qual è il principale ostacolo (budget, competenze, misurazione ROI, scetticismo interno)? Se ce l’hai: qual è stato il fattore decisivo che ti ha fatto partire?
Quello che mi ha convinto è semplice: la voce genera fiducia più velocemente del testo.
Quello che frena molte aziende?
Ossessione per il ROI immediato.
Paura di non avere abbastanza “contenuti interessanti”.
Ansia da produzione perfetta.
Il vero ostacolo non è il budget.
È la cultura del controllo.
Serve accettare che la comunicazione non sia solo “messaggio approvato”, ma spazio di confronto.
E tra dieci anni non parleremo di “avere un podcast”.
Parleremo di “avere una voce riconoscibile”.
Il mezzo evolve. La relazione resta.
Siamo Alex e Bea, e questa è la nostra piccola ossessione: capire davvero qual è il ruolo del podcast nella comunicazione aziendale.
Ascoltami bene è il nostro modo di condividere quello che impariamo - perché in questo settore cresciamo e miglioriamo solo lavorando assieme! Qui troverete notizie, dati, ma soprattutto storie vere di chi usa il podcast per non farsi dimenticare.





Quindi Video o non video? QUESTO è IL VERO DILEMMA!